N° 637 - Microbiografie Irrispettose - Alessandro Stradella 1643 - 1682

Ammazzato come un cane a trentanove anni in Piazza dei Banchi a Genova, ecco la fine che fa Alessandro Stradella. Da sicari pagati probabilmente dal nobile Giovanni Battista Lomellini convinto che ci sia una storia fra sua sorella e il musicista, che le dà lezioni. Naturalmente non ci sarà nessuna condanna per Lomellini: non si può neanche pensare di importunare un nobile per la morte di un musico, all’epoca considerato poco di più di uno sguattero di cucina.

 

Stradella non è un santo. Prima di fare questa brutta fine ne ha combinati parecchi di guai. Tanto per cominciare, a Roma nel 1676, insieme all’amico cantante Giovanbattista Vulpio cerca di arraffare qualche baiocco organizzando un “indegno matrimonio” fra una cortigiana e un nipote del Cardinale Alderano Cybo. E’ rischioso toccare un nobile di così alto livello. Infatti finisce dritto dritto in galera dove lo tengono per un po’, poi lo lasciano andare.

 

Questa esperienza non gli ha insegnato niente. Appena libero scappa a Venezia contando sulla protezione di un suo estimatore, il gentiluomo Polo Michiel, al quale chiede aiuto “per una certa desgrazia qua in Roma che no me permete per adesso il dimorare”.

Riesce a farsi assumere dal nobile Alvise Contarini come insegnante di canto della di lui amante madamigella Agnese von Uffele. Non passa un mese che imbastisce una tresca con la ragazza e, detto fatto, scappano insieme a Torino dove, in attesa di sposarsi, si nascondono, lui in un convento di frati, San Domenico, lei in uno di suore, Santa Maria Maddalena.

La sera del 10 ottobre 1677, mentre rincasa proprio da una visita ad Agnese, un paio di bravi mandati dal Contarini lo accoltellano per strada. I due tipacci, dopo l’agguato chiedono asilo all’ambasciatore francese a Torino, che glielo concede su richiesta di quello a Venezia. Putiferio diplomatico, ma niente di più di una sgridata per i due. Evidentemente anche allora tutto funzionava sulla base di influenze e favori. Stradella se la cava ma vede sfumare il suo progetto matrimoniale e la speranza di essere scritturato dalla corte dei Savoia.

E’ chiaro che non può più rimanere a Torino. Allora fugge a Genova, dove lo accolgono bene e riesce a farsi una posizione componendo musiche per il teatro del Falcone e per i “Barcheggi”, spettacoli allestiti su zattere galleggianti nel porto. Ma, come sappiamo, avendone fatta un’altra delle sue, pochi anni dopo ci rimette la pelle, questa volta sul serio.

La sua vita spregiudicata ha ispirato biografie romanzesche, melodrammi e film, tanto che si può dire che il personaggio è più noto per le sue avventure che per la sua musica.

 

Nato a Bologna, è battezzato Antonio Alessandro Boncompagno in omaggio al Principe Boncompagni di cui il padre Marcantonio, Cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano, è dipendente come governatore di Vignola.

Rimasto presto orfano, lo ritroviamo a Roma con la madre e il fratello nel palazzo della duchessa Maria Cristina Altemps, di cui i due ragazzi risultano paggi, e la madre dama di compagnia.

Avviata seriamente, e con un buon successo, la professione di musicista, collabora alla messa in scena e alla composizione di nuove arie di opere per il teatro Tordinona, il primo teatro pubblico di Roma, inaugurato proprio in quel periodo, e per il palazzo dei Colonna in Borgo. Una delle sue composizioni più famose, l’oratorio San Giovanni Battista, viene eseguito nella chiesa di San Giovanni de’ Fiorentini. Compone serenate e cantate su commissione della Regina Cristina di Svezia e per accompagnare i banchetti del cardinale Chigi.

A cui, sempre a corto di denaro, nel ’70 manda una supplica per avere un aiuto a saldare un debito di 7.000 scudi. Non si sa che risposta riceva.

E’ spesso al verde perché non è mai riuscito a ottenere un impiego fisso e, anche se ha parecchie importanti commissioni private, i suoi clienti lo pagano male e sempre in ritardo. Forse sarebbe riuscito a migliorare la sua condizione, ma con una vita così breve come la sua non lo sapremo mai

Diciamolo: un simpatico mascalzone, bravo musicista che avrebbe potuto dare migliori dimostrazioni del suo talento se fosse stato un po’ più attento alla gestione delle sue avventure galanti a agli incontri con brutte persone.

 

 

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